A proposito dell'articolo di Eduardo Cicelyn sull'Eurovolley di Piazza Plebiscito
C'è una domanda contenuta nell'articolo di Eduardo Cicelyn pubblicato oggi sul Corriere del Mezzogiorno Campania che merita una risposta seria, al di là dell'ironia, delle metafore e dei tubi Layher.
La domanda è questa: perché la partita inaugurale degli Europei di pallavolo tra Italia e Svezia, in programma il 10 settembre, non si gioca in un palazzetto?
È una domanda legittima.
Peccato che, prima di rivolgerla agli organizzatori dell'evento, sarebbe stato necessario rivolgerla a Napoli.
Perché Napoli non ha un palazzetto dello sport capace di ospitare una partita internazionale di pallavolo di questo livello?
È questo, semmai, il vero problema.
E non è un problema nato ieri, né con Gaetano Manfredi, né con l'attuale amministrazione comunale. È una carenza infrastrutturale che Napoli si trascina da decenni e che diventa particolarmente evidente ogni volta che la città viene chiamata a ospitare una grande manifestazione sportiva indoor.
Perché la realtà è molto semplice: oggi Napoli non dispone di un impianto coperto adeguato agli standard necessari per ospitare un evento internazionale di pallavolo come Italia-Svezia.
Dunque, la scelta era tra rinunciare all'evento oppure cercare una soluzione alternativa. È stata scelta la seconda strada. E francamente è difficile capire perché dovremmo considerarla una colpa.
La piazza non è un ripiego
Piazza Plebiscito non è stata scelta perché a Napoli qualcuno si è dimenticato di cercare un palazzetto.È stata scelta esattamente perché è Piazza Plebiscito.La partita inaugurale di un campionato europeo non è una partita qualsiasi del calendario di una stagione. È un evento che deve avere una dimensione sportiva, ma anche spettacolare, televisiva, turistica e promozionale.Portare una partita di pallavolo in una delle piazze più celebri d'Italia significa trasformare l'evento in qualcosa che può essere vissuto anche da chi normalmente non entrerebbe mai in un palazzetto. E qui c'è un aspetto che l'articolo di Cicelyn sembra trascurare: lo sport non è soltanto quello che accade dentro il rettangolo di gioco. È anche partecipazione, socialità, promozione della pratica sportiva, avvicinamento dei giovani alle discipline, turismo, comunicazione e valorizzazione del territorio. Se una bambina o un bambino napoletano vedrà per la prima volta una partita di pallavolo in televisione con migliaia di persone sugli spalti e Piazza Plebiscito come cornice, magari nascerà una curiosità. Magari vorrà provare a giocare. Magari entrerà in una palestra. Magari un giorno diventerà un atleta. È anche così che si promuove lo sport.
Il "presepe istituzionale" e la cartolina
Cicelyn definisce l'evento una sorta di "presepe istituzionale" e sostiene che la pallavolo rischi di diventare soltanto un pretesto per illuminare i monumenti. È una lettura possibile. Ma ce n'è anche un'altra, diametralmente opposta. Perché mai dovremmo considerare un difetto il fatto che il mondo possa vedere Napoli? Palazzo Reale, la Basilica di San Francesco di Paola e Piazza Plebiscito non sono una scenografia artificiale costruita per l'occasione. Sono patrimonio della città.Se una partita degli Europei permette a milioni di spettatori di vedere quelle immagini, non significa necessariamente che la pallavolo sia stata cancellata. Significa che lo sport e il patrimonio culturale della città possono diventare parte dello stesso racconto. È una strategia utilizzata da moltissime città. Le grandi manifestazioni sportive contemporanee non vengono più necessariamente confinate dentro quattro mura. Lo sport occupa piazze, strade, luoghi storici, waterfront e spazi urbani. Perché? Perché lo sport è diventato anche uno straordinario strumento di comunicazione territoriale. E Napoli, più di molte altre città, possiede qualcosa che non può essere costruito artificialmente: una straordinaria riconoscibilità internazionale. Utilizzarla non significa trasformare la città in un fondale. Significa valorizzare una risorsa che già esiste.
E se fosse un investimento, non una spesa?
Qui arriviamo al punto forse più importante. Prima ancora che qualcuno lo faccia, sarebbe opportuno chiarire una cosa: organizzare Italia-Svezia a Piazza Plebiscito non deve essere considerato automaticamente uno spreco di denaro pubblico. Naturalmente ogni euro pubblico deve essere rendicontato, motivato e utilizzato correttamente. Ma una spesa pubblica non è inutile soltanto perché non produce un'opera permanente. Esistono investimenti immateriali. Esistono investimenti in promozione. Esistono investimenti nella capacità di una città di attrarre eventi. Esistono investimenti nella propria immagine internazionale. E un grande evento sportivo può produrre ricadute economiche molto concrete. Arrivano spettatori. Arrivano accompagnatori. Si riempiono alberghi e strutture ricettive. Si consumano pasti nei ristoranti. Si utilizzano taxi, trasporti pubblici e servizi. Si acquistano prodotti. Si muove l'economia locale. E soprattutto si genera visibilità. Una partita trasmessa dalle televisioni e dalle piattaforme internazionali porta il nome di Napoli ben oltre i confini della Campania. Quella non è una fotografia su Instagram. È marketing territoriale.
Quanto vale una cartolina di Napoli?
Cicelyn ironizza sul drone che sale, sui monumenti che appaiono, sul Vesuvio e sulla "cartolina". Ma proviamo per un momento a prendere sul serio proprio quella cartolina. Quanto vale, per una destinazione turistica, essere associata a un grande evento internazionale? Quanto vale mostrare Piazza Plebiscito in milioni di immagini televisive? Quanto vale far vedere che Napoli non è soltanto una città da visitare, ma anche una città capace di ospitare grandi eventi? Sono domande alle quali non si può rispondere semplicemente con una battuta. La promozione territoriale non è un concetto astratto. Le città investono enormi risorse per ottenere visibilità internazionale. Napoli possiede già uno scenario che altre città dovrebbero costruire artificialmente.Perché non utilizzarlo?
Il paradosso del palazzetto
Ed eccoci al palazzetto. La parte più curiosa della vicenda è proprio questa. Cicelyn domanda perché la partita non si giochi in un impianto sportivo. La risposta è: perché Napoli non ne ha uno adeguato. E allora forse la polemica dovrebbe prendere una direzione completamente diversa.Non "perché avete costruito l'arena in Piazza Plebiscito?", ma: "Perché una delle più importanti città italiane non dispone di un'arena moderna capace di ospitare una partita internazionale di pallavolo?" Questa è una domanda politica. Questa sì che meriterebbe un'inchiesta, un editoriale, una discussione pubblica. Perché non riguarda soltanto Italia-Svezia. Riguarda la possibilità per Napoli di ospitare stabilmente grandi eventi sportivi indoor. Riguarda la pallavolo, ma anche il basket, la ginnastica, il futsal, gli sport da combattimento, i concerti e tutte quelle manifestazioni che necessitano di una grande struttura coperta. Riguarda l'impiantistica sportiva di una città metropolitana. E riguarda anche la possibilità di costruire una vera economia dello sport.
Il temporaneo non è necessariamente inutile
Un altro bersaglio dell'articolo sono le strutture temporanee. "Si monta, si smonta, si rimonta." È vero. Ma è esattamente ciò che deve accadere quando si organizza un grande evento temporaneo. Una tribuna provvisoria non pretende di essere un palazzetto. Una struttura Layher non pretende di sostituire un impianto permanente. Serve a creare, per alcuni giorni, una struttura conforme alle esigenze dell'evento. E se viene progettata, installata e smontata secondo le norme di sicurezza, non c'è nulla di scandaloso. Anzi, è proprio questa la caratteristica che permette di portare grandi manifestazioni in luoghi che normalmente non potrebbero ospitarle. Il punto non è dunque "tubi sì" o "tubi no". Il punto è che cosa quei tubi permettono di realizzare. E nel caso di Piazza Plebiscito permettono di portare a Napoli la partita inaugurale di un campionato europeo.
I disagi ci sono. Ma vanno messi sulla bilancia
C'è poi un'obiezione sulla quale è giusto essere seri: i disagi per i residenti. Transenne, deviazioni, controlli, limitazioni temporanee all'accesso alla piazza.Sono inconvenienti reali. E sarebbe sbagliato negarli Ma una città che vuole ospitare grandi eventi deve necessariamente gestire un equilibrio tra le esigenze dei residenti e quelle dell'evento. Succede per un concerto. Succede per una manifestazione culturale. Succede per una gara ciclistica. Succede per una maratona. Succede per una partita. La domanda corretta non è se esistano disagi. La domanda è se i benefici complessivi siano superiori ai costi e ai disagi temporanei. Su questo si può discutere. Ma non si può trasformare automaticamente ogni limitazione temporanea in una prova dell'inutilità dell'evento.
Sport e città non sono due mondi separati
C'è infine una questione culturale. La pallavolo viene raccontata nell'articolo quasi come un corpo estraneo che invade la piazza. Ma perché? Lo sport fa parte della città. Gli atleti sono cittadini. Le società sportive sono parte del tessuto sociale. Le palestre sono luoghi di aggregazione. I grandi eventi sono occasioni attraverso le quali una comunità si riconosce e si racconta. Portare lo sport in Piazza Plebiscito significa anche dire che la pallavolo merita di stare al centro della scena. E Napoli ha una tradizione pallavolistica molto più importante di quanto spesso si ricordi. Ha società, tecnici, atleti, settori giovanili, appassionati. Ha avuto e continua ad avere giocatori e giocatrici di livello nazionale. Ha un pubblico che può essere coinvolto. Forse, dunque, vedere migliaia di persone assistere a una partita di pallavolo nel cuore della città non dovrebbe essere interpretato come una "sparizione" della pallavolo. Potrebbe essere esattamente il contrario.
Una cosa, però, va chiesta
Se vogliamo trasformare questa discussione in qualcosa di utile, una richiesta dovrebbe essere rivolta alle istituzioni. Non limitiamoci a costruire arene temporanee. Costruiamo finalmente anche quella permanente che Napoli aspetta da decenni. Perché le due cose non sono in contraddizione. Anzi. La partita Italia-Svezia potrebbe diventare l'occasione per ricordare quanto Napoli abbia bisogno di un grande impianto indoor moderno. Una struttura capace di ospitare stabilmente eventi internazionali, campionati, finali, concerti e manifestazioni. Un impianto che non debba essere montato e smontato. Un impianto che rimanga alla città. Ma fino a quando quell'impianto non esiste, perché mai dovremmo rinunciare alla possibilità di portare un evento internazionale in uno dei luoghi più belli e riconoscibili di Napoli?
Non è un presepe. È un'occasione
Si può discutere sul costo dell'operazione. Si può chiedere conto delle procedure. Si può pretendere trasparenza sull'utilizzo delle risorse pubbliche. Si può criticare la gestione del traffico e dei disagi ai residenti. Si può perfino non amare l'idea di giocare una partita di pallavolo in una piazza storica. Tutto legittimo. Ma sostenere che Piazza Plebiscito sia soltanto un fondale e che la pallavolo sia un pretesto per produrre qualche bella immagine significa, probabilmente, guardare la questione da una sola prospettiva. Perché quella sera non ci sarà soltanto una cartolina. Ci saranno due nazionali europee. Ci saranno atleti che hanno dedicato una parte enorme della loro vita allo sport. Ci saranno migliaia di spettatori. Ci sarà una competizione continentale. Ci saranno televisioni e media. Ci saranno giovani pallavolisti che vedranno i propri campioni giocare nel cuore della loro città. E ci sarà Napoli. Non sotto i tubi. Dentro l'evento. E allora forse la domanda da fare non è perché la pallavolo sia finita in Piazza Plebiscito. La domanda vera è un'altra: perché una città come Napoli non abbia ancora un palazzetto capace di ospitarla? Questa, più che una battuta sui tubi Layher, potrebbe essere una domanda dalla quale partire per costruire qualcosa di serio. Nel frattempo, il 10 settembre, Italia e Svezia giocheranno a Piazza Plebiscito. E se il mondo guarderà Napoli attraverso una partita di pallavolo, non sarà necessariamente una sconfitta per la città. Potrebbe essere, al contrario, un modo intelligente di ricordare al mondo — e soprattutto ai napoletani — che Napoli può essere contemporaneamente città d'arte, città turistica e città dello sport.
A patto, naturalmente, che prima o poi qualcuno costruisca anche il palazzetto.
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